martedì 18 luglio 2017

Il Nome di Gesù


Se la quantità conduce alla qualità, allora anche la frequente, quasi incessante invocazione del Nome di Gesù Cristo, sia pur distratta all'inizio, può condurre alla concentrazione e al fervore del cuore; infatti la natura dell'uomo è in grado di assumere uno stato spirituale, se esso diventa frequente e abituale.

Per imparare a fare bene una cosa, occorre farla il più spesso possibile, ha detto uno scrittore religioso, e sant'Esichio dice che la frequenza genera l'abitudine e si trasforma in natura.
Uomini esperti consigliano: colui che desidera raggiungere l'orazione interiore, decida d'invocare il Nome di Dio con frequenza, quasi senza interruzione, di pronunciare cioè con le labbra la Preghiera di Gesù Cristo: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!", e a volte invece più brevemente: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me", come insegna san Gregorio il Sinaita.
Egli aggiunge che l'invocazione abbreviata è più facile per il principiante; tuttavia non esclude né l'una né l'altra formula, consigliando solamente di non cambiare spesso le parole, per abituarsi più facilmente all'invocazione.
 
E per stimolare maggiormente se stesso a questa continua recitazione, il discepolo deve proporsi come regola d'invocare Dio un determinato numero di volte, secondo il tempo che ha; di recitare, cioè, sui grani del rosario, sia di giorno che di notte, tante centinaia o migliaia di invocazioni, senza fretta, pronunciando le parole con chiarezza, quasi sillabando con la lingua e le labbra.
 
Dopo qualche tempo, la lingua e le labbra di colui che così si esercita acquistano una tale assuefazione da muoversi quasi automaticamente, sicché, senza particolare sforzo, si muoveranno ormai per conto loro e pronunceranno il Nome di Dio anche senza suono.
 
Successivamente, la mente comincerà a prestare sempre maggiore attenzione a questo movimento della lingua e a poco a poco si purificherà dalle distrazioni concentrandosi nell'orazione.
Alla fine, si potrà verificare quella che i Padri chiamano "la discesa della mente nel cuore", vale a dire che la mente, raccogliendosi nel cuore, lo riscalderà con l'ardore divino e il cuore stesso invocherà il Nome di Gesù Cristo liberamente, con ineffabile dolcezza, e si effonderà umilmente ed incessantemente davanti a Dio, secondo le parole: "Io dormo, ma il mio cuore veglia".
Diceva splendidamente sant'Esichio del benefico effetto della frequente invocazione del Nome di Gesù Cristo: "Come la pioggia, quanto più cade abbondante, più ammorbidisce la terra, così il santo Nome di Cristo se lo invochiamo con frequenza, gioiosamente, vivifica e allieta il calice del nostro cuore".


(estratto da "Racconti di un pellegrino russo")




 
 

lunedì 17 luglio 2017

Donoso Cortès

Credo che coloro che pregano
fanno più bene al mondo di quelli che combattono
e che se il mondo va di male in peggio
è perché ci sono più battaglie che preghiere.

Se potessimo penetrare i segreti di Dio e della storia,
sono sicuro che resteremmo sbalorditi
di fronte agli effetti meravigliosi della preghiera,
anche nelle cose umane.

Perché la società sia in pace è necessario un certo equilibrio,
che solo Dio conosce, tra la preghiera e le azioni,
tra la vita contemplativa e la vita attiva.

Credo, tanto la mia convinzione è forte su questo punto,
che se ci fosse una sola ora, di un solo giorno,
in cui la terra non facesse salire al Cielo nessuna preghiera,
quel giorno e quell'ora
sarebbero l'ultimo giorno e l'ultima ora dell'universo.

venerdì 14 luglio 2017

Il Silenzio di S. Giuseppe


«IL SILENZIO INTERIORE DI S. GIUSEPPE» DI UN EREMITA ANONIMO

QUANTO SIA IMPORTANTE OSSERVARE IL SILENZIO AD IMITAZIONE DI S. GIUSEPPE

 

"Il silenzio ben inteso, unito al timor di Dio, è come un carro di fuoco che porta l'anima al cielo come fu portato il profeta Elia. O silenzio! felicità delle anime interiori, scala dei cielo, strada dei regno di Dio; o silenzio! Sorgente della compunzione, specchio in cui il peccatore vede i suoi peccati, principio di luce, di mitezza, di umiltà, freno all'udito, salvaguardia degli occhi, legame della lingua; o silenzio! Porto sicuro ove si trova la tranquillità dell'anima, scuola della lettura, dell'orazione, della contemplazione, aiuto per acquistare tutte le virtù e sorgente di ogni bene" (S. Giovanni Crisostomo).L' elogio sul silenzio fatto da questo Padre della Chiesa, ha come scopo farcelo stimare, amare e praticare.

Fermiamoci a farne alcune considerazioni.

Il silenzio è sempre stato considerato come uno dei pilastri portanti e dei sostegni più solidi e necessari della vita spirituale.

S. Bernardo dice: "Il silenzio è nostro custode e la nostra forza risiede in lui; il silenzio è il fondamento della vita spirituale, per mezzo di esso si acquisisce la giustizia e la virtù: parlate poco con gli uomini e sperate molto in Dio ".

Il profeta Isaia afferma che "Nel silenzio e nella speranza risiederà la vostra forza" (30,15).

S. Giacomo ci ammonisce dicendoci che chi aspira alla sapienza e alla virtù, non ne avrà che l'ombra se non sa frenare la lingua (cf 1,26).

S. Giovanni Climaco dice: "Il silenzio è un declivio insensibile verso la strada della virtù ed una segreta elevazione verso Dio; il silenzio ci rende attenti a noi stessi, apre il nostro cuore alle ispirazioni divine, ci dispone ad accogliere le sue grazie" come ben dice il profeta Geremia: "È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore" (Lam 3,26)".

Un monaco diceva all'abate Sisoes: "Padre desidero grandemente conservare la mia anima pura, che debbo fare? - Fratello, rispose l'abate, lo potete fare col silenzio". Inoltre il silenzio è la migliore disposizione all'orazione

Senza di esso la nostra preghiera sarà un pullulare di distrazioni.

Il profeta Osea ci dice: "Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (2,9).

È per questo che S. Giovanni Climaco chiama il silenzio "padre dell'orazione" e dice che colui che accuratamente lo osserva si avvicina a Dio ed è illuminato dalla sua luce.

Ecco quali sono i frutti dei silenzio, ecco il vero mezzo che ci mette sulla via della santità ad esempio dei grande S. Giuseppe: il silenzio produce il raccoglimento, il raccoglimento la devozione, la devozione l'orazione, l'orazione l'unione con Dio, l'unione con Dio la santità.

Senza il silenzio non può esserci il raccoglimento: più un'anima chiacchiera e si distrae in cose dei mondo più si svuota perdendo la devozione, e lo spirito di orazione. Quindi tornerà con molta fatica alla preghiera e all'orazione mentale e all'unione con Dio.

venerdì 7 luglio 2017

Madeleine Delbrel - Il carattere di Gesù


... una delle più belle dichiarazioni d'amore che abbia mai letto, rivolta a Nostro Signore ...

 

Scrive Madeleine:

«Ho 56 anni. Trent’anni di vita comune [= vie de ménage] con il Signore permettono di cominciare a conoscere un po’, non Lui certo, ma... il suo carattere!
Ora, ha lo stesso carattere con tutti noi ed il meno che si possa dire – se non pensare – è che si tratta di un carattere difficile!!!
Direi anche che questo carattere difficile ci è generalmente insopportabile... fintanto che non comprendiamo la regola del gioco.
Perché in fondo ce n’è una e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è quasi troppo semplice! [...]  Cosa vuole? Cosa cerca?
...essere creduto, essere sperato, essere amato per quello che Egli è... e non per quello che Egli sembra sotto un inverosimile travestimento di circostanze.
Fintanto che non gli abbiamo detto che può continuare, se questo lo diverte – ma che non attacca... e che lo riconosceremmo anche travestito in «angelo delle tenebre» – Egli può diventare precisamente “infernale!”»

 
Tanto per confermare, ecco cosa dice Santa Teresa d’Avila:

 
«Signore, se tratti così i tuoi amici, per forza ne hai così pochi!» protestò in un’occasione, dopo aver subito un incidente.

.... Il mio Signore, il Dio Geloso .....
 

 

lunedì 12 giugno 2017

La giustizia e la misericordia

 
Sono i peccati degli uomini che hanno appeso Gesù Cristo alla croce. I giudei non son stati che strumenti della giustizia divina. Gesù Cristo si era addossati i peccati del mondo, e Dio, dimenticando, per così dire, che era il suo Figlio prediletto, riversò su Lui tutti i rigori della Sua  
giustizia, e lo diede alla morte.
Egli è stato colpito, dice il profeta, dalla mano di Dio a causa dei nostri peccati.
Se Gesù Cristo, per espiare dei peccati che non aveva commesso, non ha trovato in suo Padre alcuna clemenza, che sarà dei peccatori stessi, quando una morte impenitente li farà cadere nelle mani di Dio? Se, come ha detto il Salvatore, il più grande rigore è stato esercitato sull'albero ferace e sul legno verde, che farà egli del legno secco e dell'albero sterile e infruttuoso?
 
 
Il più piccolo sentimento di dolore, la più piccola umiliazione erano nel Figlio di Dio di un merito infinito. Eppure Egli ha voluto, per espiare i nostri peccati, passare per ogni genere di dolore e di obbrobri, reputando necessario di assorbire fino in fondo il calice della collera divina.
E come potrà una meschina creatura, colpevole davanti a Dio, trovare dei dolori e dei tormenti infiniti, e delle forze per sopportarli, per soddisfare l'infinita gravità delle sue colpe?
 
 
Poiché le soddisfazioni di una creatura colpevole verso Dio, sono limitate e senza proporzioni con la infinita sua grandezza, la giustizia divina ne prenderà vendetta infinita nell'eternità senza fine.
Avverrà di questa terribile giustizia, come della misericordia divina: questa è infinita, perché dataci dai meriti infiniti del Figlio di Dio, nostro Salvatore; quella sarà infinita, perché i suoi rigori non avranno termine. È dunque una cosa terribile e spaventosa cadere nelle mani del Dio vivente.
 
 
Il Calvario è come un teatro dove risplendono l'infinita giustizia e l'infinita misericordia di Dio. Vi troviamo la giustizia infinita di Dio, nella terribile vendetta che egli prende sul proprio Figlio. Vi troviamo la Sua infinita misericordia nell'accettazione del sacrificio della Sua vita, per l'espiazione dei nostri peccati. Senza purificazione dell'anima nel sangue prezioso del Salvatore, noi non potremmo essere oggetto della misericordia, ma bensì diverremo oggetto della giustizia, i cui rigori saranno infiniti in sé e nella loro durata.
 
 
Padre Jean Nicolas Grou s. j. (1731-1803)
 
(preso qui)

martedì 6 giugno 2017

S. Antonio Abate, primi consigli (Filocalia)


L'uomo saggio ha una sola preoccupazione: obbedire con tutto il cuore a Dio Onnipotente ed esserGli oggetto di benevolenza.
La unica e sola cosa che insegna all'anima sua è il modo di compiere ciò che piace a Dio, ringraziando la Provvidenza misericordiosa per qualunque vicenda della sua esistenza.
Siamo grati al medico anche per il medicamento doloroso; di fronte al patire dobbiamo esser grati a Dio; qualunque cosa ci accada è per il nostro bene.
Questa conoscenza, che viene dalla fede, dona salvezza e pace all'anima.
 
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Il dominio di sé, la mitezza, la castità, la solidità di carattere, la pazienza insieme alle altre virtù sono le armi date da Dio per resistere alle prove ed aiutarci nel combattimento spirituale.
Addestrandoci in esse e mantenendoci pronti alla pugna, nessun contrasto, per quanto aspro, grave, devastatore e intollerabile ci apparirà invincibile.
Chi non possiede saggezza, mai pensa che ogni vicissitudine è per condurci al bene.
La prova manifesta le nostre virtù e ci rende degni di essere coronati da Dio.
 
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Non parlare con chiunque della religiosità e della vita conforme a verità. Non dico ciò per gelosia, ma perché agli occhi dello stolto appariresti ridicolo.
 
Esiste concordanza tra le cose simili, pochi sono quelli che possono ascoltare tali
cose, forse è più giusto dire che sono rari.
 
Meglio è non parlare, Dio non domanda che si parli per giungere alla salvezza.
 
 

 
   

venerdì 26 maggio 2017

Fa che sia bella, la morte - Don Divo Barsotti


"Quando verrà, fa che sia bella la morte.
Atto di puro abbandono all'Amore,
la sofferenza non turbi lo spirito,
né il timore o l'angoscia.
Sappia io donarmi senza chiederti nulla.
Chi ti ama, non può volere che Te: Tu non sei,
se non sei l'Unico, o Dio.
... E sia beatitudine
nella tua luce perdermi
e non trovarmi più"
 
Don Divo Barsotti

mercoledì 24 maggio 2017

Sono una peccatrice


….. non tener conto di una realtà dimenticata, tolta la quale tutto il castello del dogma cattolico crolla miseramente: mi riferisco al dramma del peccato originale, che ha inferto una ferita nella natura dell’uomo (uomo nel senso di umanità: il peccato originale ce l’hanno anche le donne).
Anzi, le ferite sono quattro: l’uomo non è naturalmente buono, ma naturalmente cattivo (lascio a chi vuole di credere alla storiella roussoniana del buon selvaggio; io preferisco attenermi alla storia di Adamo ed Eva).
L’uomo è ignorante: la sua intelligenza è destituita dall’ordinamento naturale alla Verità, per cui si trova in una sorta di accecamento intellettuale che gli fa abbracciare l’errore molto più facilmente della verità (vulnus ignorantiae);
l’uomo è malizioso: la sua volontà invece di ricercare il Vero Bene insegue beni apparenti e fallaci (vulnus malitiae);
l’uomo è debole: alla disposizione ad affrontare le cose ardue si è sostituita una debolezza che fa andare sempre al più facile (vulnus infirmitatis);
l’uomo è attratto dalla dilettazione sensibile: i sensi, invece di essere sottomessi docilmente alla ragione, ricercano il piacere anche oltre i limiti dettati dalla ragione stessa (vulnus concupiscientiae).
Rimedio a queste quattro ferite sono la pratica costante delle quattro virtù cardinali di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
Ma la medicina suprema è la Grazia di Nostro Signore Gesù Cristo, cooperando alla quale i poveri figli di Eva possono sperare di diventare un tantinello migliori e forse anche dei santi: sissignori, i santi sono fatti della nostra stessa pasta. Però, con l’aiuto di Dio, hanno pedalato costantemente in salita. Ma tutto questo chi lo dice ancora, chi lo predica ancora?
 
(preso qui)

martedì 23 maggio 2017

Preghiera per ottenere l'umiltà - Teresa di Lisieux

 Gesù, tu hai detto:
«Imparate da me
che sono mite e umile di cuore
e troverete riposo alle anime vostre.» 

Sì, Signore mio e Dio mio,
l' anima mia riposa nel vederti
rivestito della forma
e della natura di schiavo,
abbassarti fino
a lavare i piedi dei tuoi apostoli.

Ricordo ancora le tue parole:
«Vi ho dato l' esempio,
perché anche voi
facciate come ho fatto io.
Il discepolo non è più del Maestro...
Se voi comprenderete ciò,
sarete beati mettendolo in pratica.»

Le comprendo, Signore,
queste parole uscite dal tuo cuore
mansueto e umile.
Le voglio mettere in pratica
con l' aiuto della tua grazia...

Tu però, o Signore,
conosci la mia debolezza:
ogni mattino prendo l' impegno
di praticare l' umiltà
e alla sera riconosco
che ho commesso ancora
ripetuti atti di orgoglio.

 A tale vista
sono tentata di scoraggiamento,
ma capisco
che anche lo scoraggiamento
è effetto di orgoglio.

Voglio, mio Dio,
fondare la mia speranza
soltanto su di te.

Poiché tutto puoi
fa' nascere nel mio cuore
la virtù che desidero.

Per ottenere questa grazia
dalla infinita tua misericordia
ti ripeterò spesso:
«Gesù, mite e umile di cuore,
rendi il mio cuore simile al tuo.»

Teresa di Lisieux

lunedì 22 maggio 2017

Situazione di peccato e purezza di cuore in «Delitto e castigo» - Dostoevskij

La prostituta, l'assassino e il libro eterno
di Marco Ballarini (preso qui)


Annus horribilis, il 1864, per Dostoevskij. Il 15 aprile muore la prima moglie e pochi mesi dopo, il 10 luglio, il fratello Michail, che lascia, oltre a una famiglia numerosa completamente priva di mezzi, anche la rivista «Epocha» gravata di debiti per 25.000 rubli. Inizia così un'affannosa ricerca di denaro con emissioni di cambiali, prestiti usurai, incontri con mediatori e uomini d'affari, a volte della peggior specie, commissari di polizia, sempre a un passo dal sequestro della sua proprietà.

«In ogni modo la terribile tensione del 1864, quando Dostoevskij stampava "in tre tipografie in una volta, non badava ai soldi né alla salute e alle forze, correggeva bozze, si dava da fare coi collaboratori e con la censura, rivedeva articoli, cercava quattrini, lavorava fino alle sei del mattino e dormiva cinque ore su ventiquattro", non diede i risultati attesi» [1]. Anche a causa della morte di A. Grigor'ev, uno dei più validi collaboratori, il livello della rivista scade, gli abbonati se ne vanno, con l'inevitabile chiusura nell'estate del '65.

Lo salva temporaneamente un contratto capestro con uno speculatore letterario di nome Stellovskij, che gli offre tremila rubli in cambio dei diritti su quanto già pubblicato e un nuovo romanzo da consegnarsi entro l'inizio di novembre del 1866. In caso di mancata consegna sarebbero passati allo Stellovskij anche i diritti di tutte le opere successive[2].

Per sfuggire ai creditori e potersi concentrare nel lavoro creativo Fëdor è costretto ad andarsene all'estero, ma a Wiesbaden perde al gioco tutto quanto possiede, venendosi a trovare in una situazione di vera indigenza [3].

Accanto ai problemi personali, incombono quelli di una società non solo in evoluzione, ma in forte tensione, con le tragiche conseguenze della riforma contadina e una crisi monetaria che raggiunge l'apice proprio in quegli anni. In ebollizione, naturalmente, anche le idee. Il fourierismo era sfociato nel nichilismo, inaccettabile per Dostoevskij, che contrapponeva l'«anima viva» alla «logica» di quanti volevano "organizzare" la società a spese della libertà personale [4]. In questo clima nasce Delitto e castigo, il primo dei "grandi romanzi", pubblicato a puntate sul «Messaggero russo» a partire dal gennaio 1866.

Romanzo d'azione e di suspence Delitto e castigo dura soltanto quattordici giorni, con uno svolgimento, sul piano dei fatti principali, estremamente lineare. Uno studente, con grandi progetti e pochissimi soldi, uccide una vecchia usuraia e la sua innocente sorella, ma non regge al tormento della coscienza e confessa il delitto prima a Sònja, una giovanissima prostituta, e poi, spinto dalla ragazza, al giudice istruttore Porfirij. L'epilogo ha luogo in Siberia, ai lavori forzati, nove mesi dopo.

mercoledì 3 maggio 2017

Simbolo di Atanasio (atanasiano)

Chiunque voglia salvarsi, deve anzitutto possedere la fede cattolica:
Colui che non la conserva integra ed inviolata perirà senza dubbio in eterno.
La fede cattolica è questa: che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell'unità.
Senza confondere le persone, e senza separare la sostanza.
Una è infatti la persona del Padre, altra quella del Figlio, ed altra quella dello Spirito Santo.
Ma Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, con uguale gloria e coeterna maestà.
Quale è il Padre, tale è il Figlio, tale lo Spirito Santo.
Increato il Padre, increato il Figlio, increato lo Spirito Santo.
Immenso il Padre, immenso il Figlio, immenso lo Spirito Santo.
Eterno il Padre, eterno il Figlio, eterno lo Spirito Santo
E tuttavia non vi sono tre eterni, ma un solo eterno.
Come pure non vi sono tre increati, né tre immensi, ma un solo increato e un solo immenso.
Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, onnipotente lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre onnipotenti, ma un solo onnipotente.
Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio.
E tuttavia non vi sono tre dei, ma un solo Dio.
Signore è il Padre, Signore è il Figlio,Signore è lo Spirito Santo.
E tuttavia non vi sono tre Signori, ma un solo Signore.
Poiché come la verità cristiana ci obbliga a confessare che ciascuna persona è singolarmente Dio e Signore: così la religione cattolica ci proibisce di parlare di tre Dei o Signori.
Il Padre non è stato fatto da alcuno: né creato, né generato.
Il Figlio è dal solo Padre: non fatto, né creato, ma generato.
Lo Spirito Santo è dal Padre e dal Figlio: non fatto, né creato, né generato, ma da essi procedente.
Vi è dunque un solo Padre, non tre Padri: un solo Figlio, non tre Figli: un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi.
E in questa Trinità non v'è nulla che sia prima o dopo, nulla di maggiore o minore: ma tutte e tre le persone sono l'una all'altra coeterne e coeguali.
Cosicché in tutto, come già detto prima, va venerata l'unità nella Trinità e la Trinità nell'unità.
Chi dunque vuole salvarsi, pensi in tal modo della Trinità.
Ma per l'eterna salvezza è necessario, credere fedelmente anche all'Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo.
La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo, che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo.
È Dio, perché generato dalla sostanza del Padre fin dall'eternità: è uomo, perché nato nel tempo dalla sostanza della madre.
Perfetto Dio, perfetto uomo: sussistente dall'anima razionale e dalla carne umana.
Uguale al Padre secondo la divinità:inferiore al Padre secondo l'umanità.
E tuttavia, benché sia Dio e uomo, non è duplice ma è un solo Cristo.
Uno solo, non per conversione della divinità in carne, ma per assunzione dell'umanità in Dio.
Totalmente uno, non per confusione di sostanze, ma per l'unità della persona.
Come infatti anima razionale e carne sono un solo uomo, così Dio e uomo sono un solo Cristo.
Che patì per la nostra salvezza: discese agli inferi: il terzo giorno è risuscitato dai morti.
É salito al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti.
Alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere con i loro corpi: e dovranno rendere conto delle proprie azioni.
Coloro che avranno fatto il bene andranno alla vita eterna: coloro, invece, che avranno fatto il male, nel fuoco eterno.
Questa è la fede cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l'abbraccerà fedelmente e fermamente.
Amen.

venerdì 21 aprile 2017

All'ombra - Trilussa


Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all'ombra d'un pajaro
vedo un porco e je dico: "Addio, majale!"
vedo un ciuccio e je dico: "Addio, somaro!"

Forse 'ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazione
de potè dì le cose come stanno
senza paura de finì in priggione


                                                  Trilussa


mercoledì 19 aprile 2017

Morti che crediamo essere vivi - Léon Bloy

Rimarrà la putrefazione universale.
E’ necessario richiamare alla memoria l’importanza infinita d’un’anima viva; importanza tale, che, l’indomani d’un cataclisma, un solo uomo risparmiato basterebbe a rappresentare provvisoriamente una generazione.
Questo, non c’è bisogno di dirlo, dev’essere inteso in senso spirituale.
La popolazione del globo è valutata da mille e quattro a mille e cinquecento milioni d’individui.
Quante anime realmente vivono in questo brulichìo d’esseri umani?
Una ogni centomila, forse, od una ogni cento milioni.
Non si sa.
Vi sono uomini superiori, uomini anche di genio, se volete, la cui anima non è stata investita dal soffio della vita e che muoiono senza aver vissuto.
Un cuore semplice dirà ogni giorno, piangendo d’angoscia: «In che rapporti sono io con lo Spirito di Dio, con lo Spirito Santo? Vivo io veramente o sono un morto da portare alla sepoltura?».
E’ spaventoso pensare che viviamo in mezzo a una folla di morti che crediamo essere vivi; che l’amico, il compagno, il fratello forse, che ho visti questa mattina e che rivedrò questa sera, hanno una vita soltanto organica, una sembianza di vita, una caricatura d’esistenza, e che in realtà essi si distinguono appena da coloro i quali si squagliano nelle tombe.

giovedì 13 aprile 2017

Trisagio alla Santissima Trinità


V. Sia benedetta la santa e indivisibile Trinità, ora e sempre nei secoli dei secoli.
R. Amen.
V. O Dio, vieni a salvarmi.
R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
V. Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.


ATTO DI CONTRIZIONE
Amorosissimo Dio trino ed uno, Padre, Figlio e Spirito Santo, nel quale credo, in cui spero, che amo di vero cuore: conosco che essendo voi mio Padre non vi ho amato, essendo mio Redentore vi ho disprezzato, essendo mio Benefattore non vi ho corrisposto: ma ora pentito dei miei errori, confesso il gran torto che vi ho fatto, e propongo fermamente di non più peccare, e di amarvi sopra ogni cosa; perché siete infinitamente buono e degno di essere amato.
Perdonatemi, o mio Dio, l'abuso da me fatto della vostra grazia: spero che per l'intercessione di Maria Santissima mi concederete ciò che vi domando. Così sia.
 

INNO
Già declina al tramonto il sol di fuoco,
Tu che sei unità, luce perenne,
Trinità divinissima,
Infondi la tua carità nei cuori.
Nella candida aurora ti lodiamo,
Nel tramonto liete lodi ti innalziamo,
Affinché Tu conceda ai supplicanti
Di lodarti un dì con tutti i santi.
Al Padre eterno, al Figlio suo unigenito
E a Te dator d'eterna vita Spirito,
Ora e sempre nei secoli dei secoli,
Si dia gloria, eterna lode. Amen.

lunedì 10 aprile 2017

Al Sacro Cuore - S. Teresa di Lisieux


1 – Presso al Sepolcro Maria Maddalena cercava Gesù; era in pianto, inginocchiata.     
Tanto era il suo dolore che nemmeno gli Angeli potevano lenirne la pena;        
né il vostro dolce splendore, Arcangeli luminosi, bastava a consolarla.
Voleva vedere il Signore degli Angeli, recarselo via, lontano, sulle braccia.                        

2 – Al santo Sepolcro, rimasta l'ultima, Maria era lì, assai prima dell'alba;            
e venne il suo Dio, velando la propria luce: né lei poteva vincerlo in amore       
Mostrandole allora il suo Volto benedetto, subito fiottò dal suo Cuore una parola sola,
in un mormorio il dolce nome di Maria
E le rese la pace, la felicità.                        

3 – Un giorno, mio Dio, come la Maddalena , ho voluto vederti, avvicinarmi a te;           
e tuffando lo sguardo nell'immensa pianura e cercandone il Re e il Signore, gridai,
verso l'onda, l'azzurro stellato, e il fiore e l'uccello:        
Se io non vedo Iddio, stupenda natura, tu non sei nient'altro per me che uno sterminato sepolcro.

4 – Io ho bisogno di un cuore ardente di tenerezza, a mio eterno, inalienabile sostegno:           
cui tutto sia caro di me, che ami anche la mia debolezza, e mai m'abbandoni, né giorno né notte.         
Non ho potuto trovare creatura capace d'amarmi sempre, e senza mai morire:              
Io ho bisogno di un Dio che assunta la mia natura, mi si faccia fratello e capace del mio soffrire.             

5 – E mi hai inteso, mio Sposo che io amo…       
Per rapire il mio cuore ti sei fatto mortale e, supremo mistero, hai dato il tuo sangue:
e ancora, per me, vivi sull'altare.            
Se non posso vedere la luce del tuo volto , né udire quella voce grave di dolcezza,
posso, o mio Dio, vivere della Grazia, e riposare sul tuo Sacro Cuore!                   

6 – Cuor di Gesù, tesoro di tenerezza, mia gioia e sola speranza,            
tu che sapesti benedire e rallegrare la mia gioventù,    
resta con me fino alla mia ultima sera.
Signore, a te solo ho dato la mia vita, e tu solo conosci tutti i miei desideri.        
Ed io voglio perdermi, o Cuore di Gesù, nella tua sempre infinita bontà.                            
 
7 – Davanti ai tuoi occhi, so bene, nessuna delle nostre giustizie ha valore;       
e io voglio gettar nel tuo Cuore divino i miei sacrifici, per dar loro un valore.     
Tu non trovasti nemmeno i tuoi angeli senza macchia;
dettasti la tua legge tra i fulmini.
Ed io mi nascondo nel tuo sacratissimo Cuore, e non tremo:
tu la mia virtù!                 

8 – Per contemplare la tua gloria, lo so, bisogna passar tra le fiamme:  
ed io, io eleggo per mio purgatorio il tuo amore ardente, o Cuore del mio Dio!               
lasciando la vita quest'anima esiliata vorrebbe compiere un atto di puro amore,
eppoi, volando in cielo, mia patria, entrarti diritta in Cuore!                                                     


Ottobre 1895                   

domenica 9 aprile 2017

La riparazione dei peccati - p. Serafino Tognetti


LA RIPARAZIONE DEI PECCATI 
(Trascrizione di una conversazione di padre Serafino Tognetti) 


Fino a qualche decennio fa, era facile sentire parlare di riparazione dei peccati.
Nell’ 800 sorsero anche degli Ordini religiosi il cui compito era quello di riparare i peccati e offrirsi in qualche modo per i peccatori.
Senza parlare del messaggio di Fatima, tutto improntato sulla riparazione dei peccati, potremmo dire che la spiritualità dei secoli passati nel nostro Occidente era molto incentrata su tale dottrina, ora scomparsa e quasi rigettata. 
Il fondamento di questa spiritualità si fonda sulla considerazione della Redenzione del Signore Gesù, che non si compie come atto estrinseco, esterno.
Dio poteva salvare il mondo stando seduto su una nuvola o in qualsiasi altro modo, anche senza l’Incarnazione – Dio può fare ciò che vuole – ma di fatto ha scelto questo modo: l’Incarnazione.

E incarnandosi si fa Uno con l’uomo. Prende carne, assume l’umanità.

Questo non se l’aspettavano nemmeno gli apostoli, che di fatto sembrano capire veramente la divinità del loro Maestro solo dopo il dono dello Spirito Santo a Pentecoste. 
Anche oggi la salvezza dei mondo avviene allo stesso modo.

Ogni giorno alla Messa il sacerdote, mostrando ai fedeli l’ostia consacrata, esclama: “Ecco l’Agnello di Dio”. E per chiarificare la missione dell’Agnello aggiunge: “Ecco Colui che toglie i peccati del mondo”. 
La missione della Chiesa allora continua ad essere quella del Maestro. Potrebbe la Chiesa dire qualcosa d’altro, di diverso o addirittura di più importante?
La Chiesa ha come missione principale quella di fare presente il Cristo che toglie i peccati.
Il Battista non disse: “Ecco l’Agnello di Dio che mette a posto le cose del mondo”, o “Ecco l’Agnello di Dio che porta la pace tra i popoli e la giustizia economica”.

No: che toglie i peccati del mondo.
E in che modo? Offrendo se stesso, patendo sulla croce, risorgendo dai morti. 
Oggi io sono in quel medesimo Corpo mistico, crocifisso e risorto, quindi partecipo agli stessi fini. 

sabato 8 aprile 2017

La Messa come Sacrificio - p. Serafino Tognetti



LA MESSA COME SACRIFICIO
(Trascrizione di una conversazione di padre Serafino Tognetti)

 Nell’Antico Testamento il culto dovuto a Dio si attua attraverso il sacrificio degli animali, ampiamente descritto nei libri dell’Esodo, del Levitico, del Deuteronomio.
In questi testi, Dio dà ordini molto precisi: nulla deve essere lasciato al caso o all’improvvisazione. Tale precisione di dettagli ci fa capire che questi sacrifici erano molto importanti. Cerchiamo di capirne il motivo.

I sacrifici che si facevano al Tempio erano composti di cinque fasi, cinque tempi:

1.Santificazione (consacrazione) della vittima
2.Offerta (oblazione)
3.Uccisione (immolazione)
4.Infiammazione
5.Consumazione

giovedì 6 aprile 2017

Coraggio!

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.

San Giuseppe Moscati

mercoledì 5 aprile 2017

Dio è così lontano? Video

 
 
 
 

martedì 4 aprile 2017


....
Se - nel generale ottenebrarsi e smarrirsi dell’umano - scorgo dinanzi a me un compito, indipendente e posto con purezza, è unicamente questo:
rafforzare l’intimità con la morte grazie alle più profonde gioie e magnificenze della vita;
rendere la morte, che mai è stata un’estranea, nuovamente conoscibile e tangibile nella sua qualità di tacita complice di ogni cosa viva. […]
Nessun compito ci è affidato più incondizionatamente del quotidiano imparare a morire; ma non è rinunciando alla vita che si arricchisce la nostra sapienza della morte. […]
Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca; tutto anche l’inaudito deve essere ivi possibile.

(Rainer Maria Rilke - preso qui)


Gesù, amore dell'anima mia,
insegnami a morire, ed imparerò a vivere.
Insegnami a donarti tutto, per riavere tutto.
Insegnami a passare in Te, perché Tu sia in me.
Nella mia quotidianità quanti rifiuti all'ordinario scorrere delle cose, quanti egoismi, quante rabbie, quanti "ma tu non sai chi sono io"
Tu non sai chi sono io? Chi sono io?
Nulla, se Tu non mi animi, se non ho Vita da Te.
Insegnami, Maestro di Vita, insegnami a morire, per conoscere la forza del tuo abbraccio d'amore.
Non voglio fuggire, non voglio far pace con i miei malesseri, non voglio vivere senza preoccupazioni, ansie, angosce. Voglio, in tutto questo, stare con Te.
Insegnami a morire.
Imparerò a gustare la bellezza della vita.