giovedì 2 marzo 2017

Senso della vita - Viktor Frankl


“... Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo, e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzare sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura. 
 
LA VITA CONSERVA TUTTO IL SUO SENSO, ANCHE QUANDO SI SVOLGE IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO, QUANDO NON OFFRE QUASI PIU' NESSUNA PROSPETTIVA DI REALIZZARE DEI VALORI, CREANDOLI O GODENDOLI, MA LASCIA SOLAMENTE UN’ULTIMA POSSIBILITÀ DI COMPORTAMENTO MORALMENTE VALIDO. 
 
La vita creativa e quella ricettiva ci sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza perché la sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita - proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa.  
 
 Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la “sua croce” sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza.
 
A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista, o se dimentica di essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere, e diventa in tutto e per tutto l’animale di un gregge, a seconda di ciò che accade dentro di lui, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono e, a seconda dei casi, l’uomo è, come afferma Dostojewski: “degno o no del suo tormento”.   
                                              
(Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, ed. Ares ..... preso da qui)

martedì 31 gennaio 2017

Padre mio - Charles de Foucauld


Padre mio,
io mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.

Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero altro, mio Dio.

Affido l'anima mia alle tue mani.


Te la dono mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
di donarmi
di pormi nelle tue mani senza riserve
con infinita fiducia
perché Tu sei mio Padre.

martedì 17 gennaio 2017

Abramo e Isacco, di Bruna Costacurta


La richiesta del sacrificio di  Isacco è un altro episodio centrale della vita di Abramo. Testo problematico di Genesi cap. 22. Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. E’ problematico per la dimensione di sofferenza che mette in gioco. Il padre nostro nella fede, che deve attraversare questo momento di prova, e quindi l’angoscia della morte del figlio. E’ problematico proprio a livello di interpretazione e di visione di Dio, perché certo un Dio che si mette a chiedere che gli sacrifichino un ragazzo è quantomeno problematico. Cosa vogliono fare gli autori biblici con questo racconto? Dire che Dio chiede il sacrificio di bambini? Chiaramente no! Mettersi proprio in polemica con i sacrifici dei bambini che si facevano probabilmente nei paesi circonvicini a Israele e quindi organizzare questo racconto per dire: vedete! Sembra che Dio chieda i sacrifici! Non è vero! Dio non vuole i sacrifici!

lunedì 16 gennaio 2017

Amore alla croce


Mi abbandono, o Dio, nelle tue mani.

Voglio amarti con tutta la mia vita, nella mia vita.

Gira e rigira quest' argilla,
come creta nelle mani del vasaio.

Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi.

Domanda, ordina, cosa vuoi che io faccia?

Innalzato, umiliato, perseguitato,
incompreso, calunniato, sconsolato,
sofferente, inutile a tutto,
non mi resta che dire,
sull' esempio di tua Madre:
«Sia fatto di me secondo la tua Parola »

Dammi l' amore per eccellenza,
l' amore della Croce,
ma non delle croci eroiche
che potrebbero nutrire l' amor proprio,
ma di quelle croci quotidiane,
che purtroppo porto con ripugnanza...
di quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione,
nell'insuccesso, nei falsi giudizi, nella freddezza,
nel rifiuto e nel disprezzo degli altri,
nel malessere e nei difetti del corpo,
nelle tenebre della mente
e nel silenzio e nell' aridità del cuore.

Allora, solamente, Tu saprai che Ti amo,
anche se non lo saprò io.

Ma questo mi basta.

Mi abbandono a te, Signore. Amami.

Amen

martedì 20 dicembre 2016

Il nemico - Michael O’Brien (estratto)


Estraggo un dialogo lancinante, ma vero: solo nel nostro nulla, Dio può iniziare ad agire.

“Elia si alzò e mangiò e bevve.
- Perché mi hai abbandonato? – disse con voce roca.
- Non ti ho abbandonato –
- Ero solo –
- Non eri solo –
- Avevo paura –
- Avevi grande paura, dove non c’è paura –
- Perché non mi hai protetto? –
- Il luogo più buio è quello in cui ti darò più luce-
- Avresti potuto fermarlo –
- Se lo avessi fermato, non ci sarebbe stato raccolto –
- Non capisco nulla –
- E’ vero. Non capisci nulla –
- Sei il Signore? –
- Sono un servo come te –
- Chi sei? –
- Chi è come Dio? Nessuno è come Dio! –
- Chi sei? –
- Chi è come Dio? Nessuno è come Dio!- questo è il mio nome –
- Sono sfinito. Lasciami qui. Voglio morire –
- Sei esausto. Tanto tempo fa hai accettato questo incarico e questo fardello. Hai dimenticato? –
- Non ricordo –
- La tua anima ricorda. Nella tua anima c’è il segno del tuo patto –
- Non so nulla –
- Non sai nulla, ma hai obbedito –
- Voglio morire –
- Ora possiamo iniziare –”


mercoledì 14 dicembre 2016

Aleksandr Isaevič Solženicyn

Più di mezzo secolo fa, quando ancora ero un bambino, ricordo che un certo numero di anziani offriva questa spiegazione per i disastri che avevano devastato la Russia: "Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto questo è accaduto". Da quel giorno, ho passato 50 anni a lavorare sulla storia della nostra rivoluzione (la rivoluzione russa); ho letto centinaia di libri, raccolto centinaia di testimonianze personali. Ma se mi fosse domandato di formulare in maniera più concisa possibile la principale causa della rovinosa rivoluzione che ha inghiottito quasi 60 milioni di russi, non potrei metterla in maniera più accurata che ripetendo: "Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto questo è accaduto."
 
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La semplice libertà non risolve tutti i problemi della vita umana e anzi ne aggiunge un gran numero di nuovi.
Nelle democrazie giovani, come nella democrazia americana al momento della sua nascita, tutti i diritti umani individuali sono stati concessi considerando che l'uomo è creatura di Dio.
La libertà era per l'individuo data in modo condizionato al presupposto della sua responsabilità religiosa costante.
Questo era il patrimonio dei mille anni precedenti.
.....
 
Se, come sostiene l’umanesimo, l’uomo è nato solo per essere felice, egli non é nato per morire. Poiché il suo corpo è condannata a morte, il suo compito sulla terra evidentemente deve essere più spirituale: non una totale accaparramento di beni nella vita quotidiana, non la ricerca di modi migliori per ottenere beni materiali e quindi non la spensieratezza con il loro consumo. La vita deve invece essere il compimento di una riflessione costante e seria in modo che il nostro viaggio nel tempo possa essere soprattutto un'esperienza di crescita morale, per diventare esseri umani migliori. Questo é indispensabile per rivalutare la scala dei valori umani normali; la loro attuale assenza è sbalorditiva
 
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Gli unici sostituti di una esperienza che non abbiamo mai vissuto in prima persona sono l’arte e la letteratura

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martedì 13 dicembre 2016

Umiliazioni e umiltà - Isacco il Siro


Quando la Grazia ha confermato l’intelligenza dell’uomo attraverso la fiducia in Dio, allora, da quel momento, comincia ad introdurla, a poco a poco, nelle tentazioni e lascia che le siano inviate quelle tentazioni il cui grado di difficoltà essa è in grado di sopportare.

E in ogni tentazione essa riceve, sensibilmente, l’aiuto necessario perché sia consolata; affinchè, a poco a poco, si eserciti, acquisisca la sapienza (esperienza di una relazione) e disprezzi i suoi nemici per mezzo della fiducia in Dio.

Infatti, senza di esse, l’uomo non può diventare esperto nelle battaglie spirituali, né conoscere la provvidenza di Dio, né sperimentare il suo Dio, né essere segretamente confermato nella sua fede da quella potenza che in se stesso riceve tramite la tentazione.

Quando, infatti, vede che in lui incomincia a muoversi un po’ il pensiero della presunzione ed incomincia a pensare grandi cose di sé stesso, la Grazia lascia che le tentazioni si rinforzino e si irrobustiscano contro di lui, perché egli conosca la sua debolezza e fugga e si rifugi in Dio, nell’umiltà.

Attraverso ciò egli giunge alla misura dell’uomo perfetto, nella fede e nella speranza nel Figlio di Dio; e presso di lui egli è innalzato nell’amore.

Infatti, in modo mirabile, quando l’uomo si trova in mezzo a quelle circostanze piene di disperazione, allora in lui di fa conoscere l’aiuto di Dio. E allora Dio mostra la sua potenza attraverso la salvezza dalle tentazioni.

Nessuno impara nella pienezza la potenza di dio nel riposo e nel sollievo.

L’anima che un tempo, nella fede, ha consegnato il suo essere a Dio e, in mezzo a molte tentazioni, ha ricevuto il gusto del suo aiuto, non pensa più a sé stessa, ma è stretta nel silenzio e nello stupore.

Sono le situazioni della vita che mettono l’uomo, affetto dalla philautia, di fronte alla propria debolezza, all’umiliazione, all’impotenza. Tutto questo, però, non è considerato solo dal lato negativo, ma come un’occasione di grazia, un luogo di salvezza da cui si può finalmente passare dall’umiliazione all’umiltà.

Ed è lo stupore dell’essere avvolti dal mistero di Dio che permette di abbattere le ultime resistenze interiori, che prendono come scusa l’esistenza dei peccati per non consegnarsi completamente a Dio. Tra la coscienza, che come cattiva padrona, esercita la sua attività di rimorso dei peccati, e il mistero di Dio accogliente, prevale quest’ultimo, perché Dio è più grande del nostro cuore.

Come le onde del mare si abbatte sul mio pensiero il diluvio dei misteri del Cristo; e io, mio Signore, ho voluto tacere di essi e non parlare. Ma erano nel mio cuore come fuoco che arde e s’infiamma nelle mie ossa. La mia intelligenza mi rimprovera e mi mostra i miei peccati; ma il tuo mistero mi stupisce, mi costringe a guardarlo e nel silenzio mi fa segno, dicendo: Non esitare ad avvicinarti per timore dei tuoi peccati, o peccatore, perché è per mezzo di questa meditazione che è scacciato dal tuo pensiero il fango del tuo peccato.

Acconsentire a questa dolorosa pedagogia di Dio è dunque necessariamente accettare di andare nello stesso senso, cioè non fuggire davanti all’umiliazione inflitta dalla tentazione, ma – in un certo senso – abbracciarla. Gli autori antichi insistono su questa ricerca della grazia fino a questo punto, perché è nell’umiliazione accettata e spiritualmente “assimilata” che la salvezza ci attende.

Ma non solo la tentazione è luogo di umiltà, anche il peccato può diventare “passaggio” di salvezza: può darsi, infatti, che la tentazione più infida non sia quella che precede il peccato, ma quella che lo segue. La tentazione della disperazione. E’ l’umiltà finalmente imparata che permetterà, ancora una volta, di sfuggire a questa tentazione.

(estratto dal libro :" Chi è l'uomo, Signore? Viaggio alla scoperta del cuore" di Carmelo Torcivia
pagg. 110/113)

martedì 6 dicembre 2016

Maurizio Blondet, a un passo dalla morte


…. Per intanto io sono ancora qui, e in un particolare stato d'animo. Dalla diagnosi all'operazione e al seguito patologico, devo una delle più importanti esperienze umane e spirituali, e ringrazio ogni giorno il Signore di avermela donata.

L'esperienza della morte prossima.

Prima, da sano, dubitavo di come avrei affrontato la morte: con disperazione, scoramento, viltà? Questo dubbio dava un brutto colore anche alla vita - tutte le cose belle, le si dovrà lasciare - e soprattutto, la silenziosa protesta contro questo destino umano, ahimè consapevole dalla sua brevità. Invidiavo gli animali che, almeno, non sanno.

Ero cristiano di forma, ma con questa protesta tacita: se siamo messi qui come prova, per soffrire, per portare la croce - perché ci giochiamo una vera vita di cui non sappiamo nulla, se non che comporta il pericolo estremo ed eterno della dannazione - che senso ha? Non è crudeltà pura? Mi astenevo dall'arrivare a questa conclusione: Dio sa.

Ma ciò copriva di una cenere di accidia, di una triste indolenza uno come me - che si avvicina ai settanta, alla fine inevitabile. Invece, nella malattia incurabile, nei ricoveri e nelle chirurgie, ho scoperto che «ce la posso fare», che quando arriva la croce e la sofferenza, «ci si riesce»: non per merito personale, ma per l'aiuto di Cristo che «fa tutto Lui».

Anche per un peccatore incallito, in quei momenti è lì, con la Misericordia che non viene meno Lui che ha già vinto, che ha superato il passaggio da cui tutti dobbiamo passare, «fa tutto». Basta aggrapparsi stretti a Lui, stringersi al suo Cuore raggiante, ed Egli opera in noi.

Siatene certi e allegri, accadrà anche a voi, cari lettori.

Con Cristo, non c'è sconfitta, non si perde mai - se non si vuole.

Il grande progetto di salvazione che consiste nel far passare la nostra animalità, i nostri corpi, nella Vita, richiede la negazione dell'istinto di sopravvivenza biologico - «Non c'è amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici», «Pregate per coloro che vi perseguitano», «perdonate», sembrano cose impossibili - e lo sono: ma con Cristo e aggrappati al suo cuore, «si può».

Di quei giorni ricordo l'intensità della preghiera. I Rosarii sgranati deambulando nei vasti corridoi dell'ospedale, che riempivano le giornate vuote e sgorgavano con facilità.

Al sesto piano dov'ero, guardavo giù nel vasto spazio verde attorno all'ospedale. Era primavera. Degli operai stavano peparando una pista per elicotteri con la H in centro. Ma di lato, c'era un boschetto - tre o quattro alberi - che giorno dopo giorno vidi riempirsi di foglioline, di un tenero verde. Quella chioma leggera e trasparente vibrava e fremeva nel vento, la natura sempre ritornante e sempre innocente, incontaminata, in quell'angolo di Milano. Non pensavo più: ecco una cosa bella che dovrò lasciare. Ringraziavo invece per ogni foglia e ogni fremito, contento di vedere un'altra volta il «bel colpo magistrale del Creatore», certo che la Vita che ci attende se vogliamo è ancor meglio, infinitamente meglio - una Vita che è Gloria, che è Vittoria, e dove non ci mancherà nulla di quello che qui è bello.

Le esperienze umane della comune sofferenza nello stanzone ospedaliero, la semplicità e verità dei ricoverati, le loro sofferenze e i racconti delle loro sofferenze, è stata un'altra scoperta. Nella sala d'aspetto c'erano ovviamente i soliti settimanali femminili, con modelle in copertina: non riuscivo più a guardarle tanto mi sembravano false, e tanto veri invece i corpi imbruttiti, piegati, feriti dei miei compagni malati, il cui fiato s'interrompeva spesso di notte - finchè una macchina non gli forzava l'aria in gola. Vorrei aver mantenuto questo stato d'animo: l'occhio capace di vedere la verità.

Invece, col miglioramento, la zoologia riprende il sopravvento. Tornano a sembrarmi vere le modelle da copertina, e malinconico il destino della croce. Salto i Rosarii, la preghiera non sgorga più, né l'amore per il vicino.

Ma soprattutto: ero pronto a morire, o almeno così mi pare.

Perché Gesù mi ha lasciato qui ancora: devo far meglio? Non ero ancora pronto? Mi sento un po' come uno che vive in libertà condizionale, in attesa del processo d'appello. O il condannato di un carcere americano che ha avuto una sospensione della pena capitale. Come dare significato a questo tempo «en sursis», come dicono i francesi? Per un anno intero il mio vero «lavoro» è stato quello di curarmi. La flebo quotidiana ha condizionato ogni giorno della mia vita, come i pasti vegetali, i medicinali da prendere ad ore fisse. Anche la mente e il cuore erano assorbiti e impegnati. Adesso, d'accordo col mio medico ascorbico, interromperò almeno per l'estate. Sono libero. Ma per quanto? E soprattutto, perché? Scopro che questo atteggiamento è comune frai sopravvissuti. Il National Cancer Institute ha postato anche un opuscolo che dà consigli ai «survivors» su come «tornare in sintonia con se stessi». Ricorda che il cancro, secondo molti che ne sono stati colpiti, è stata «un'opportunità di crescita, un'esperienza che li ha portati a fare cambiamenti importanti nella loro vita. Molti oggi sanno apprezzare ogni nuovo giorno.». (Facing Forward: Life After Cancer Treatment)

Aleksandr Solgenitsin fu sbattuto fuori dal Gulag perché malato terminale di cancro gastrico: «Vai a morire a casa». Lo stesso giorno, in treno, udì la notizia che Stalin era morto. Tornato a casa, cancro e dolori erano scomparsi. Egli ha sempre pensato che Dio gli aveva regalato quegli anni di vita per adempiere ad un compito, rivelare l'innominabile segreto del regime, l'Arcipelago Gulag, la dantesca bolgia piena di anime sofferenti incontrate, e di tutte narrare la storia - per quanto la prodigiosa memoria gli consentiva. Ma Solgenitsin è stato un titano, pari al compito titanico. Io non trovo, confesso, un compito. Continuare questo, scrivere? Non sono sicuro che sia quello che mi viene richiesto ora. Non ho più molto interesse per ciò che prima mi infiammava alla polemica. Che mi resta da fare, Gesù? 
tratto da:
Pena sospesa - Effedieffe

martedì 15 novembre 2016

Mio Dio - S. Pier Damiani


Ti adoro, ti onoro, ti glorifico, ti lodo,
benedetto, onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo,
unico Dio in tre persone.

Aiutami, assolvimi, purificami, mondami, mio re e mio Dio.
Donami la giustizia, la fortezza, la prudenza, la temperanza.
Donami la fede perfetta, la speranza, la carità.

Concedimi lo spirito di sapienza, d’intelletto,
di consiglio, di fortezza, di scienza, di pietà e di timore.
Donami la benedizione del cielo
e l’abbondanza della terra.

Addolcisci, Signore, il mio cuore granitico.
Donami la compunzione e la contrizione sincera,
perché mi corregga dai miei numerosi peccati.

Signore, non sono degno d’entrare nella tua casa.
Sono indegno di levare gli occhi al cielo
di esprimere il tuo nome con le mie labbra:
ma tu sai come sono,
abbi pietà di me, Signore mio Dio.
(s. Pier Damiani)

Obbedienza della fede - di Hans Urs von Balthasar


(estratto da Chi è il cristiano?)

La libera obbedienza d’amore è il punto in cui le cose incomparabili si toccano fino ad identificarsi.
Da parte dell’uomo questa obbedienza d’amore porta il nome distintivo di fede.
Questa fede, in quanto atto dell’uomo, è un tentativo iniziale di consegnarsi (“credo, Signore, aiuta la mia incredulità”), che da parte del Signore viene raccolto benignamente nella sua propria obbedienza, nella forza del suo esempio e modello, anzi viene già suscitato nel primo tentativo, stimolato, sostenuto, portato a successo (gratia praeveniens et consequens). 
Allo stesso modo che nel campo puramente umano la fiducia, la dedizione, il sì definitivo di una ragazza, può essere provocato e portato fino all’ultimo compimento dalla forza d’amore di un giovane. 
Ora l’arrendersi umano, per quanto si creda illimitato, conserverà forse sempre in qualche punto dei limiti inconsci, ad esempio quando l’uomo a cui ci si è dati, si trasformi completamente in infedele, disamorato, malvagio, e un legame con lui non sia più oltre sopportabile.
Invece la fede in Cristo ha la sua prova esattamente nella completa sconfinatezza della dedizione: poiché ogni infedeltà da parte di Cristo rimane esclusa, persino quando la sua fedeltà divenisse a noi invisibile nelle tenebre di un completo abbandono; poiché la fedeltà di Dio per essenza è senza fine e senza pentimento, anche l’atto di dedizione amorosa, obbediente, come risposta ed affidamento alla forza della grazia di Dio che lo permette e rende possibile, può essere incondizionato ed illimitato.
E’ l’atto che nella sua pienezza si chiama fede – amore - speranza: fede amorosa che tutto spera, od amore speranzoso che tutto crede, o speranza credente che ama tutto ciò che Dio vuole. 
E’ l’atto che pone il nucleo fondamentale dell’essere cristiano, per modo che insperatamente abbiamo trovato la risposta alla nostra domanda: “Chi è il cristiano?”. Cristiano è l’uomo che ‘vive di fede’ (Rom. 1,17), che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il Figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto a Dio
Da parte di Cristo è l’atto di obbedienza per amore che fonda l’esistenza, poiché il Figlio di Dio non entra nell’esistenza ‘a modo di chi è gettato’, (geworfenerweise), ma ‘a modo di chi è inviato’ (gesendeterweise).
Il fatto che egli in genere esista, ed esista in tal modo, dice già manifestazione dell’amore di Dio Padre per noi, che ‘dà’ il suo Figlio per noi.
Nel Verbo c’è già l’idea di sacrificio ed in questo il consenso della vittima, dell’obbedienza. Nell’esistenza del Figlio obbediente risplende quindi chiarissimamente anche il mistero della Trinità divina.
Tuttavia il Figlio non obbedisce a se stesso, bensì ad un altro, ma per un amore eterno, che è il fondamento della possibilità di una simile obbedienza e nello stesso tempo l’unità di colui che comanda e di colui che obbedisce.
Infatti, se il Figlio fosse obbediente in ragione di una naturale subordinazione a Dio Padre, obbedendo, non farebbe che il suo dovere, e in ciò non apparirebbe l’amore di Dio assolutamente libero.
Ma se egli obbedisce senza motivo, cioè per puro amore, allora in colui che è dato appare l’amore infondato di colui che dà per noi peccatori, un amore così infondato che Paolo non esita a chiamarlo insensato.
E se, dopo il compimento del segno di amore che Dio inscrive nella storia umana, se, dopo la vita, morte e risurrezione della vittima, il comune Spirito del Padre e del Figlio sarà inviato come testimone perpetuo dell’evento nella Chiesa e nel mondo, allora questo Spirito non potrà mai essere ed attestare altro se non appunto l’amore infondato-insensato, di cui perciò gli uomini non potranno mai disporre e servirsi per le loro prudenti macchinazioni.
Infatti, ciò che dell’ essenza di questo amore appare nell’esistenza del Figlio è la rinuncia a disporre di sé. Soltanto questa rinuncia dà all’attuazione del suo mandato l’inaudita forza esplosiva. Egli ha rinunciato ad ogni prudenza, ha lasciato l’intera provvidenza al Padre che manda e dirige, e ciò lo esonera da ogni dovere di calcolo, di dosaggio, di diplomazia; gli conferisce lo slancio infinito che non ha bisogno di curarsi dei muri di contraddizione, di dolore, di fallimento e di morte, perché il Padre lo dirige e lo afferra all’estrema fine della notte. Mediante l’atto di obbedienza totale il Figlio è quindi giunto alla totale libertà; tutto l’infinito spazio di Dio, sia della morte, della notte eterna, sia della vita eterna, è aperto alla sua azione. Fin dal principio egli è al di là dell’ ‘affanno’ (“per il domani, di quel che si mangerà e berrà, di che si indosserà” Mt. 6,25) e nella tranquillità di colui che può lasciare tutto una volta e per sempre alla provvidenza del Padre.
 
 
Dal sito: GliScritti

lunedì 7 novembre 2016

Suggerimenti di vita cristiana - Catechismo San Pio X


I consigli di san Pio X

«Che cosa deve fare un buon cristiano la mattina appena svegliato? Un buon cristiano, la mattina appena svegliato, deve fare il segno della Croce ed offrire il cuore a Dio, dicendo queste o altre simili parole: Mio Dio, io vi dono il mio cuore e l'anima mia».

«Levato e vestito, che cosa deve fare un buon cristiano? Un buon cristiano, appena levato e vestito, deve mettersi alla presenza di Dio, e inginocchiarsi, se può, dinanzi a qualche divota immagine, dicendo con devozione: "Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore; vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte; vi offerisco tutte le mie azioni, e vi prego di preservarmi in questo giorno dal peccato, e di liberarmi da ogni male. Cosi sia". Reciti quindi il Pater Noster, l'Ave Maria, il Credo e gli atti di Fede, di Speranza e di Carità, accompagnandoli con vivo affetto del cuore».

«Quali pratiche di pietà dovrebbe ogni giorno compiere il buon .cristiano? Il cristiano, potendolo, dovrebbe ogni giorno:
- assistere con devozione alla santa Messa 
- fare una visita, anche brevissima, al SS. Sacramento
- recitare la terza parte del santo Rosario».

«Che cosa si deve fare prima di lavorare? Prima di lavorare, si deve offrire il lavoro a Dio, dicendo di cuore: "Signore, vi offerisco questo lavoro: datemi la vostra benedizione».

«Che cosa convien fare prima di prender cibo? Prima di prender cibo, stando in piedi, conviene fare il segno della santa Croce e poi dire con devozione: "Signore Iddio, date la vostra benedizione a noi e al cibo che ora prenderemo per mantenerci nel vostro servizio».

«La sera, prima di andare a riposo, che cosa convien fare? La sera prima del riposo, convien mettersi, come al mattino, alla presenza di Dio, recitare divotamente le stesse orazioni, fare un breve esame di coscienza e domandare perdono a Dio dei peccati commessi nella giornata».

venerdì 4 novembre 2016

Umiltà, S. Agostino




O Dio che sei sempre lo stesso, che io conosca me, che io conosca te:
che io conosca me per umiliarmi e che io conosca te per amarti.

giovedì 3 novembre 2016

Silvano del Monte Athos


"Quando ricevetti la grazia dello Spirito Santo, sapevo che Dio mi aveva perdonato i miei peccati.

La sua grazia me lo testimoniava; e credevo di non aver bisogno di altro.

Ma non bisogna pensare così.

Benché i nostri peccati ci siano già perdonati, noi dovremmo ricordarli per tutta la nostra vita in compunzione e pentimento.

Io, non facendo così, perdevo la compunzione e avevo da soffrire molto dai demoni.

Non potevo capire cos'era avvenuto in me: la mia anima conosceva il Signore e il suo amore: perché mi venivano i cattivi pensieri?

Ma il Signore ebbe pietà di me e mi mostrò la via dell'umiltà:

Tienti consapevolmente nell'inferno e non disperare.

Con questo viene vinto il nemico.

Se io invece mi volto e lascio con la mia coscienza il fuoco dell'inferno, i pensieri cattivi riprendono vigore."


 

martedì 25 ottobre 2016

il Card. Giacomo Biffi e Pinocchio - LE SETTE VERITA' FONDAMENTALI della realtà

LE SETTE VERITA' FONDAMENTALI DI PINOCCHIO

Sono tutte cristiane: la nostra origine da un Creatore, il peccato originale, il demonio, Cristo unico salvatore, Dio come fondamento della dignità umana, la vita di Grazia, inferno e paradiso
di Giacomo Biffi
 
Che cosa in realtà ha espresso il Collodi nel suo più celebre libro, di là dalle sue intenzioni consapevoli e dichiarate? Non ha espresso nessuna delle ideologie correnti (...): conservatorismo moralistico, liberalismo illuministico, pauperismo, marxismo, psicanalismo ecc. Non le ideologie ma la verità, di sua natura universale ed eterna, è contenuta in questo magico racconto e, servita com'era da un'alta fantasia e da una fresca ispirazione poetica, spiega la sua rapida affermazione e il suo duraturo trionfo.

LE SETTE VERITA' FONDAMENTALI DI PINOCCHIO
Ma, per non lasciare nel vago le nostre affermazioni, quali sono specificamente le verità che senza possibilità di discussione, traspaiono nella storia del burattino? Sono sette quelle che reggono e illuminano tutta la vicenda.

lunedì 24 ottobre 2016

15 minuti con Gesù - S. Antonio Maria Claret

Non è necessario, figlio mio, sapere molto per farmi piacere.
Basta che tu abbia fede e che ami con fervore.
Se vuoi farmi piacere ancora di più, confida in me di più, se vuoi farmi piacere immensamente, confida in me immensamente.
Allora parlami come parleresti con il più intimo dei tuoi amici, come parleresti con tua madre o tuo fratello.
 
VUOI FARMI UNA SUPPLICA IN FAVORE DI QUALCUNO?
Dimmi il suo nome, sia quello dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli o amici, o di qualche persona a te raccomandata…
Dimmi subito cosa vuoi che faccia adesso per loro.

Traccia per un regolamento di vita - Alfonso Maria de' Liguori


All’atto del levarsi, la mattina, fare i seguenti atti:

“Mio Dio, v'adoro, v'amo con tutto il cuore e vi ringrazio di tutti i benefici e specialmente d'avermi conservato questa notte. Vi offro tutto quanto farò e patirò in questo giorno in unione delle azioni e patimenti di Gesù e di Maria; intendendo acquistare tutte le indulgenze che posso in questo giorno. Propongo, Signore di fuggire oggi ogni offesa a Voi; ma voi tenetemi le mani sopra, perché non vi tradisca.
Maria ss., custoditemi sotto il vostro manto.
Angelo mio custode e santi miei avvocati, assistetemi”

Dire infine un Pater, Ave e Credo; e poi tre Ave alla purità di Maria.


mercoledì 19 ottobre 2016

Lettera 268 - S. Elisabetta della Trinità


Dalle Lettere di S. Elisabetta della Trinità
Lettera 268 - : Alla signorina Francesca de Sourdon

Sembra scritta perché io la legga e rilegga tutti i giorni.... e' stata scritta per me?


Ecco finalmente Elisabetta che viene a mettersi con la sua matita accanto alla sua cara Francesca. Dico con la matita perché con il col cuore siamo vicine ormai da tanto tempo, nevvero?, e rimaniamo tutt’e due fuse insieme. Quanto amo i nostri appuntamenti della sera. È come il preludio di quella comunione che si stabilirà fra le nostre anime dal cielo alla terra. Mi sembra di essere china su di te come una mamma sul figlio della sua predilezione. Alzo gli occhi a guardare Dio e poi li riabbasso su di te come per esporti ai raggi del suo amore. Mia cara Francesca, non gli dico delle parole per te. Io sento ch’Egli mi comprende tanto più così, nel mio silenzio. Mia cara bambina, vorrei essere santa per poterti aiutare fin d’ora, in attesa di farlo lassù. Che cosa non soffrirei per ottenerti quelle grazie di forza di cui hai bisogno.

Santa Elisabetta della Trinità


Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in Te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da Te, mio Immutabile, ma che ogni istante mi immerga sempre più nella profondità del tuo mistero! Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, la tua prediletta dimora e il luogo del tuo riposo. Che qui io non ti lasci mai solo, ma tutta io vi sia, vigile e attiva nella mia fede, immersa nella adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.

O amato mio Gesù, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa del tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne!… Ma sento la mia impotenza e ti prego di rivestirmi di Te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell’anima tua, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un riflesso della Tua Vita.   

Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. 

O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento, per imparare tutto da Te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissarti sempre e restare sotto il tuo grande splendore. O mio Astro adorato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.

O Fuoco consumatore, Spirito d’amore, discendi sopra di me, perché si faccia nell’anima quasi un’incarnazione del Verbo! Che io Gli sia un prolungamento d’umanità in cui egli possa rinnovare tutto il Suo mistero.  

E Tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra e non guardare in essa che il Figlio amato nel quale hai posto le tue compiacenze.

O miei Tre, mio Tutto, Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a Voi come ad una preda. Seppellitevi in me perchè io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.

Amen.
 

S. Elisabetta della Trinità r.c.i.
Laudem Gloriæ

venerdì 14 ottobre 2016

A Messa! E di corsa....


LA REALTA' E' DI DIO: L'OBBLIGATORIETA' DELLA MESSA.
Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n°10 - Ottobre 2016
 
Hanno umanizzato la Messa e poi l'hanno resa facoltativa: potremmo sintetizzare così la tragica parabola discendente del cattolicesimo ammodernato.

Intanto urge ricordare che la Messa cattolica, quella vera, poggia tutta sulla realtà e non su moti spirituali soggettivi.

È reale il mondo che non si è fatto da sé; è reale Dio, Creatore e Signore di tutto ciò che esiste. È reale, realissimo, che il mondo, dopo la caduta del Peccato Originale, è salvato da Gesù Cristo.
Attenti però: il mondo è salvato da Cristo in modo reale, non retorico cioè per modo di dire; è salvato con una azione storica redentiva: la sua Incarnazione Passione e Morte al Calvario.
L'azione salvifica di Gesù Cristo poi risponde al realismo della riparazione: Dio è stato offeso in modo inaudito dagli uomini, e solo il Dio fatto uomo può riparare una simile offesa, sostituendosi a noi sulla Croce. La Messa cattolica è la perpetuazione di questa riparazione che salva: Gesù Cristo continua ad offrirsi al Padre in sacrificio propiziatorio affinché per noi ci sia il perdono del Padre; e la propiziazione continua, lungo la storia, su tutti gli altari cattolici del mondo.

giovedì 13 ottobre 2016

Via Crucis, 1991, Colosseo


VIA CRUCIS 1991
Colosseo
PREGHIERA INIZIALE
 
 
Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo.
Amen
 
Fratelli e sorelle, nella narrazione evangelica della Passione, uomini e donne del tempo di Gesù partecipano con grave responsabilità alla condanna e alla morte dell'Innocente, o con amorosa compassione al dolore e alla sofferenza del Giusto.
Il loro comportamento ispira la nostra meditazione orante mentre ripercorriamo con il Cristo il cammino della Croce, che conduce alla sua morte dolorosa e gloriosa.
Il loro comportamento ci interpella oggi di fronte alla passione del Figlio dell'uomo, che continua nel dolore dell'umanità e di tutta la creazione.
La Croce gloriosa di Cristo illumini di speranza il cammino verso la salvezza.
 
Preghiamo.
 
Dirigi, Padre,
con la luce della tua grazia
i nostri passi sulla via della Croce,
perché, camminando sulle orme di Cristo,
giungiamo alla tua dimora di gloria,
dove Egli ha preparato un posto per noi.
A te, Padre,
per Cristo, nello Spirito,
ogni onore e gloria
nei secoli eterni.
Amen.